Sempre più giovani lasciano il Sud. Ecco come provare ad evitarlo


Ottima la richiesta di intervento di Massimo Lorello alla quale non mi sottraggo e che consente di precisare cose che dico in semisolitudine da anni (Mezzogiorno e Università: un binomio per crescere, in www.younipa.it, 2014, ma adesso nell’ultimo mio libro Redimibile Sicilia, Rubettino, 2017, 65 e ss.), circondato da Rettori e colleghi plaudenti o anche solo silenti rispetto alle recenti “magnifiche sorti e progressive” della politica universitaria dei governi statali e regionali a trazione PD.

È un dato incontrovertibile, infatti, che anche quando si sono attenuate le misure di austerità, hanno continuato a spingere le Università siciliane verso l’asfissia finanziaria riducendo i finanziamenti ed adottando criteri penalizzanti per gli Atenei allocati nelle aree più povere del Paese.

L’Università e la ricerca rappresentano, infatti, il settore dove il divario si aggrava maggiormente e che rischia di spingerle verso al gestione di un’agonia.

Alcuni dati appaiono particolarmente eclatanti: la percentuale di italiani tra i 30 e i 34 anni che hanno completato gli studi universitari (22,4%) è la più bassa di tutti i 28 Paesi Ue e inferiore alla media (37%). A risultati più soddisfacenti approdano pure Romania (22,8%), Croazia (25,9%) e Malta (26%), mentre primeggiano Irlanda (52,6%) e Lituania (51,3%). Se poi è vero che nell’ultimo decennio la quota dei laureati italiani sulla popolazione in età da lavoro è cresciuta dal 5,5% al 12,7% e tra i giovani tra 25 e 34 anni dal 7,1% al 22,3%. L ‘Italia è tra quelli con la più bassa quota di laureati: meno di Germania (29%), Francia (42,9%) e Regno Unito (dove oltre il 45% dei giovani è laureato). Oltre il 50% del calo degli immatricolati è concentrato nel Mezzogiorno (-37.000 dal 2004 al 2015); maggiore è la quota di studenti che abbandona gli studi universitari dopo il primo anno (il 17,5% al Sud, contro il 12,6% al Nord e il 15,1% al Centro), la diminuzione dei docenti di ruolo è stata del 18,3% e un terzo dei giovani si iscrive nelle università del centro-nord (oltre 170.000 nel decennio).

Come ho già denunciato pubblicamente a lasciare il Sud non sono così solo i giovani laureati alla ricerca di un’occupazione, ma anche coloro che intraprendono il percorso formativo, consolidando il processo di desertificazione di nuove classi dirigenti. E questo mentre crescono rapidamente le percentuali di giovani neet (fuori dal circuito formativo e del lavoro). In termini di fondi per i giovani ricercatori e i dottorati di ricerca, per i laboratori universitari e le biblioteche, gli atenei siciliani vedono ridurre drasticamente i trasferimenti. In particolare le quattro università siciliane perdono il 30% dei propri studenti poiché l’emigrazione comincia dopo la maturità (per più ampie considerazioni in merito si veda G. Viesti, Università in declino, un’indagine sugli atenei da Nord a Sud, Roma, 2016).

Nell’ultimo libro, che raccoglie alcune idee sulle ragioni della crisi dell’Istituto autonomistico e sulle opportunità di rilancio, si precisa poi che l’investimento nella formazione universitaria e nella ricerca DEVE assumere un ruolo prioritario di fronte al fenomeno migratorio che determina il progressivo spopolamento delle università meridionali.

Come noto, infatti, queste ultime subiscono, insieme alla drastica riduzione di trasferimenti statali, un decremento delle immatricolazioni a causa dell’accresciuta propensione degli studenti a migrare verso gli atenei del Nord, soprattutto tra quelli dotati di una migliore preparazione di base e un più consistente supporto economico familiare.

Il programma di Sicilianindignati adesso, recepisce tali istanze e pone al centro il sostegno che la Regione deve offrire alla formazione universitaria (che già tuttavia ricordare rimane materia di competenza esclusiva dello Stato nella quale va, comunque, garantita la parità tra i cittadini).

L’esperienza del Trentino-Alto Adige e della Val d’Aosta in Italia, ma basti pensare ai Paesi Baschi o alla Corsica, dimostra che Regioni ad autonomia differenziata efficienti possono dedicare risorse al rafforzamento della formazione avanzata. Mentre la Sicilia, anche a causa di assurde rinunce a prerogative finanziarie già consolidate, ha destinato sempre minori risorse a sostegno delle universitá siciliane ed al diritto allo studio.

Le irrisorie risorse che il tanto declamato “Patto per la Sicilia” destina alla Sicilia dimostrano l’intento chiaro del governo statale e di quello regionale di porre ai margini la questione del rilancio dell’Università siciliana.

Prova eclatante di questo assurdo disimpegno si rinviene poi nella vicenda dei Consorzi universitari. Sorti per agevolare l’accesso all’università di tanti giovani siciliani, oggi sono tutti in forte difficoltà.

E l’esperienza che ho appena concluso ad Agrigento, nonostante la recente ripresa, reca appieno conferma di questa tendenza imposta dalla miope strategia della Regione.

Che fare? Ecco alcune idee, ma ci piacerebbe raccoglierne di altre anche dal dibattito che è stato opportunamente aperto.

  • Pretendere che lo Stato riequilibri, sin dal prossimo bilancio, gli investimenti ed i finanziamenti verso le Università siciliane.
  • Recuperare risorse rinegoziando i rapporti finanziari con lo Stato, destinandole prioritariamente all’Università ed alla ricerca.
  • Utilizzare al meglio le risorse europee del Fondo sociale destinate alla formazione avanzata in raccordo con gli Atenei siciliani, favorendone l’internazionalizzazione.
  • Rilanciare l’attività degli ERSU e delle strutture di ospitalità degli studenti.

Non possiamo che esserTi grati per questa “provocazione” che ci ha interpellato e richiamati alle nostre responsabilità. Quella svolta è solo di una breve analisi con alcune idee, ma occorre mettere a fattor comune tutte le proposte e le energie per l’opportunità di riscatto della Sicilia che abbiamo di fronte.

GAETANO ARMAO

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